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Presentazione: Collana di Psicologia della Religione

Collana di Psicologia della Religione, diretta da Mario Aletti - CSE Torino (a cura di Alessandro Panizzoli)

Depliant Collana

La collana di Psicologia della Religione diretta dal prof. Mario Aletti e pubblicata dal Centro Scientifico Editore ha essenzialmente quattro pregi:

 

- rende possibile ai lettori comprendere cos’è la Psicologia della religione, di cosa si occupa, come mette in relazione vitale i due termini (psicologia-religione), come si inserisce ad un livello di riflessione più generale nel rapporto esistente tra le scienze umane e altri sistemi di significato afferenti alla teologia, alla ricerca scientifica, alle concrete situazioni storico-culturali in cui ogni fenomeno umano è inserito e con cui deve rapportarsi;

- rende accessibile ai lettori il lavoro di ricerca, di approfondimento e di confronto che la SIPR, ha svolto dal febbraio 1995 ad oggi per diffondere e qualificare la Psicologia della religione, in Italia, per disegnarne lo statuto epistemologico. Nella collana confluiscono le relazioni e gli interventi dei convegni organizzati dalla Società, ma anche studi e commenti su autori, ricerche, atti di studio, in un orizzonte internazionale (motivi per cui molti testi sono bilingui);

- il terzo pregio è che questi volumi sono aperti alla molteplicità degli approcci e dei modelli esplicativi della psicologia e della psicoanalisi e tuttavia in essi è riscontrabile un’impostazione generale che li salvaguarda dal rischio dei facili entusiasmi, dal riduzionismo o dall’uso improprio dell’oggetto di studio;

- infine, i volumi della collana sono corredati da un apparato scientifico (note, bibliografie, documentazioni) di altissimo livello, per precisione, pertinenza e correttezza formale. Non è cosa di poco conto.

Presento brevemente, di seguito, alcuni testi.

Religione: cultura, mente e cervello. Nuove prospettive in psicologia della religione (a cura di M. Aletti - G. Rossi - D. Fagnani, 2006, pp. 392).

Il volume riporta alcuni saggi presentati al X Convegno internazionale della SIPR dal titolo omonimo, tenutosi a Verona nel 2004. Chi si accosta per la prima volta alla Psicologia della religione può trovare in questo libro molte chiarificazioni e una prospettiva, quella della psicologia culturale della religione. Si apre con un saggio del prof Jacob Belzen che parte dalla domanda su cosa sia la Psicologia della religione e quali aspetti la differenziano dalla Psicologia pastorale e dalla Psicologia religiosa. E propone di “cercare di vedere la Psicologia della religione nella prospettiva della psicologia culturale” (p.33).

La psicologia culturale è un approccio che “si propone di descrivere, investigare e interpretare le interazioni esistenti tra la cultura e il funzionamento della psiche umana” (p.35).

Approfondisce e amplia questa prospettiva Mario Aletti a commento dell’approccio proposto delle neuroscienze (ad es. gli esperimenti di d’Aquili e Newberg sulla presunta attivazione di neuroni situati nella corteccia prefrontale che presiederebbero i meccanismi neuronali della trascendenza). Da un punto di vista metodologico egli fa notare la fragilità dell’impianto metodologico sperimentale (es.: manca la definizione previa del’oggetto stesso dello studio, ossia cosa si debba intendere per “mistica”, per “religione”, per “spiritualità” (p.155).

Inoltre, l’approccio delle neuroscienze va preso con cautela e deve essere posto in relazione complementare con altri, salvaguardando la tipicità dell’approccio psicologico e l’intenzionalità dell’atteggiamento religioso, L’atteggiamento religioso si riferisce ad un trascendente vissuto come radicalmente Altro, datore di senso e di interpretazione della vita ma sempre inserito in una cultura che ne specifica e accompagna l’identità nel corso del tempo, per la concreta persona del credente che si rapporta con quella identità. A questo lo psicologo è interessato, piuttosto che ad una presunta asettica e omnicomprensiva definizione di Dio.

Ulteriormente, l’intervento di Alessandro Antonietti, ribadisce la necessità per la psicologia di “trovare un modo adeguato per tener conto di quanto neurobiologia e approccio culturale rimarcano andando oltre la semplice giustapposizione dei rispettivi contributi … Il tentativo potrebbe invece essere quello di mostrare come il dato neurobiologico e quello culturale, una volta rapportati agli atti mentali, si ‘illuminano’ di significato psicologico contribuendo ad allargare la comprensione del modo con cui l’uomo trova senso nella realtà” (p.105).

Per concludere vorrei segnalare lo studio di Gianni Trapletti su Hanna Wolff, che pone orizzonti problematici e fecondi sul rapporto tra interpretazione della Scrittura e costruzione della personalità religiosa. La Wolff propone in un’ottica post junghiana, di ricavare dalla scrittura ciò che è autenticamente “gesuano” discriminandolo da ciò che è la sovrastruttura storico-dottrinale prodotta dalle elaborazioni cristologiche protocristiane, dal successivo stratificarsi dell’apparato dottrinale teologico e dalla europeizzazione del Cristianesimo. Gesù è colui che realizza in se il modello più completo d’individuazione e di integrazione dell’anima animus che ne fanno un “homo totus”. Così le parole e la vita di Gesù hanno un valore universale e possono essere usati nella psicoterapia per indirizzare processi di guarigione.

Questa discernimento tra il Gesù storico e il Cristo della fede non è così semplice ed è stato tematizzato dalla riflessione teologica da oltre un secolo. L’autore del saggio fa notare che siamo di fronte ad un tentativo di elaborazione di una psicologia religiosa “nella quale la conoscenza dell’essere umano offerta dalla scienza psicologica si confonde con l’esperienza religiosa e viceversa: il Salvatore è uno psicoterapeuta e lo psicoterapeuta rischia di trasformarsi in un ministro di culto, la salute mentale deriva da principi religiosi e la salvezza spirituale coincide con una situazione di equilibrato sviluppo psichico [ciò che è tipico della religiosità postmoderna, n.d.r.]” (pp.326-327).

M. Diana, Angoscia e libertà. Psicologia del profondo e religione nell’opera di Eugen Drewermann (2002, pp. 404). 

Segnalo questo testo di Massimo Diana sul teologo e psicoterapeuta E. Drewermann, che contiene anche, in appendice, un colloquio tra l’autore e il teologo di Paderborn, avvenuto nel 1999. La problematica che solleva il testo in questione è per certi aspetti analoga a quella che ho accennato a proposito di A. Wolff. Anche Drewermann propone un approccio esegetico basato sulla psicologia del profondo di matrice junghiana, avendo come sfondo la filosofia di S. Kierkegaard, la critica serrata al metodo storico-critico (Formgeschichte eRedaktiongeschichte) e alla chiesa cattolica responsabile – a suo dire – di aver neutralizzato la potenza liberante del vangelo dall’angoscia a causa di una lettura moralistica del fatto cristiano. E inoltre (1989) sostiene che il sacerdozio è una “fissazione” in un ideale di vita di patologie nevrotiche preesistenti (addirittura precedenti al conflitto edipico). Da questo testo si può ricavare, a mio parere un’idea di quello che succede quando ad un fenomeno così “differenziato” come quello religioso si vuole applicare un criterio ermeneutico specifico di tipo filosofico; tanto più se accompagnato da una precomprensione negativa del vettore storico-culturale (la chiesa cattolica) che di quel fenomeno incarna, con alterne fortune, messaggi, valori, simboli ed espressioni cultuali: il rischio del riduzionismo. 

G. Benedetti, Riflessioni ed esperienze religiose in psicoterapia (2005, pp. 208).

“Trattasi di un volume che mi sta a cuore, ove io mi risolvo, a differenza che nei precedenti scritti, ad affrontare quei grandi problemi umani che riguardano non solo taluni pazienti in terapia, ma anche l’uomo tutto e impegnano anche il terapeuta a riflettere sull’origine del dolore nel mondo, sull’essenza della colpa umana, sulla relazione dell’esistenza con la Trascendenza”. [dalla lettera dell’autore che accompagnava il manoscritto]

M. Palmer, Freud, Jung e la religione (2000, pp. 285).

Questo libro offre “una presentazione rigorosa ed attenta del pensiero di Freud e Jung sulla religione, riuscendo a ricostruirne l’origine, i percorsi, la strutturazione e a fornirne una valutazione critica approfondita… [il saggio] ha l’ulteriore pregio di presentare qualche testo, se non proprio inedito, non abitualmente ricompreso nel corpus freudiano ed in quello junghiano sulla religione… [Si tratta dunque di] una utilissima introduzione accessibile a tutti ma anche un contributo e uno stimolo al dibattito tra gli specialisti, specialmente là dove ripropone la questione dei rapporti tra verità religiosa e verità psicologica”.

[dalla Introduzione del prof. Aletti, p. ix]
 

L’illusione religiosa: rive e derive (a cura di M. Aletti - G. Rossi, 2001, pp. 336).

Il volume riporta alcuni saggi presentati al VIII Convegno internazionale della SIPR dal titolo omonimo, tenutosi a Verona nell’ottobre 2000.

Il libro gravita intorno al termine illusione che Freud in L’avvenire di un’illusione (1927), usa come chiave ermeneutica per una definizione di religione. Freud afferma che l’illusione deriva dai desideri umani e conclude che la religione è un’illusione che sorge dalla “nostalgia del padre”, che emerge dall’angoscia di fronte alla realtà della vita, che porta alla riesumazione, per via di regressione delle potenze protettive dell’infanzia e delle loro leggi. Tali potenze si condensano nella figura di un Padre celeste trascendente. L’angoscia umana di fronte ai danni della vita si calma al pensiero di un regno benevolo, di una provvidenza divina, di un ordine morale rivelato, dal prolungamento della vita in un aldilà.

D. Winnicott, attribuisce al termine “illusione” un senso diverso, più pertinente con l’etimo in-ludere, giocare. È uno specifico fenomeno evolutivo che è il primo passo verso lo sviluppo dell’autonomia umana su cui si fonderanno, evolvendosi, tutti i fenomeni culturali tra cui l’arte e la religione. La professoressa Gertrud Stickler nel suo intervento espone la prospettiva winnicottiana. Il senso dell’identità, l’“io sono” del bimbo nasce dalla relazione con la madre percepita come sufficientemente buona, dal rispecchiamento, dall’ambiente facilitante. È bellissima la descrizione e la realtà del rispecchiamento, che ritengo una specie di riscrittura antropologica della ontologia personale. “Tu sei” fonda “Io sono”, il tuo sguardo mi conferisce senso, identità e valore. Ciò suscita l’illusione ossia conferma nel bambino l’idea che egli abbia il potere di attirare quello sguardo, di crearlo. “Si tratta – commenta la Stickler – di un’esperienza fondamentale per la costruzione del senso del proprio valore su cui si fonderanno anche le future esperienze spirituali religiose dell’adulto, come la percezione di essere accolto dallo sguardo di Dio”. (p.71)

Un’altra prospettiva interessante, che si trova nello stesso articolo, sta nella riflessione sul narcisismo. Analogamente alla rilettura del concetto di illusione, come spinta verso l’affermazione creativa di sé, il riconoscimento della legittimità delle forze narcisistiche così come il riconoscimento delle nostre tendenze oggettuali e istintuali ci rende capaci di “trasformare la nostra grandiosità arcaica e il nostro esibizionismo in una realistica autostima e nel piacere di se stessi e far si che il nostro bisogno di unione con l’oggetto-Sé onnipotente diventi la capacità gioiosa adattiva e socialmente utile di provare entusiasmo e ammirazione per i grandi, consentendo a noi stessi di modellare la nostra vita, le nostre azioni e la nostra personalità sulle loro” (Kohut, 1985/86 Potere, coraggio e narcisismo; riportato a p.74). Gertrud Stickler come esempio di trasformazione del narcisismo in una personalità religiosa propone Teresa di Lisieux.

Ana-María Rizzuto afferma che l’illusione religiosa “è parte integrante del fatto di essere umani autenticamente umani nella nostra capacità di creare realtà non visibili ma significative che possono contenere il nostro potenziale di espansione immaginativa al di là dei confini sensoriali” (quarta di copertina) Riporta brevemente due casi clinici concreti e conclude che questi pazienti mostrano non essere possibile una rappresentazione di un Dio buono, misericordioso, accogliente se le persone non fanno esperienza con una madre sufficientemente buona che faccia sperimentare la possibilità d’essere accolti, guardati, perdonati. I pazienti di cui ci riporta la vicenda terapeutica non si sono sentiti abbandonati nemmeno di fronte alle fantasie di onnipotenza e controllo dell’altro e ciò ha favorito il rimodellamento delle relazioni e l’abbandono di modalità disadattive.

L’intervento di Mario Aletti “Religione, coping e psicoanalisi. Dalla rappresentazione psichica all’atteggiamento personale verso Dio” porta all’attenzione del lettore il fatto che la religione non conduce a derive patogenetiche in sé e per sé ma tutt’al più fornisce i quadri comportamentali e i canali espressivi privati e pubblici che materializzano i già presenti tratti patologici con cui alcune personalità si strutturano. È tipico ad esempio per queste personalità scivolare dal simbolismo, con tutto il suo carico di bellezza e di metafora e di storia, al feticismo. Le espressioni più vive della religiosità vissuta, le rive, con il loro continuo crescere e fluire differenziato, dinamico, euristico, in relazione alla cultura e ad altri portatori di significato possono diventare in persone immature, talismani portafortuna, rituali ossessivi, chiusura, fondamentalismo, (cfr. Allport 1950). Con un minimo di cognizioni in più di Psicologia della religione i pastori potrebbero ricavarne benefici nell’esercizio del loro ministero.

Questo testo, nella sua terza ampia parte, raccoglie studi e numerose ricerche empiriche sulla religione vissuta Ad es.: I preti sposati rive e derive (O. Sabbatini); Sacerdote o psicologo c/o ragazzi dagli 11 ai 14 anni (T. Magro); L’idea di Dio negli studenti di psicologia (M. Ferrero); L’analisi testuale del concetto di “fede” (G. Rossi e B. de Bernardi); Lo sviluppo dei concetti religiosi dall’infanzia alla tarda adolescenza (R. Vianello); Vissuti religiosi nelle storie di vita di ragazzi socialmente disadattati (M. Aletti e E. Benelli).

“Questi studi analizzano ambivalenze e prospettive (rive e derive appunto) dell’illusione religiosa intesa come espressione del desiderio umano su Dio…” (p. XIII)

La quarte parte illustra interessanti prospettive circa l’interazione tra individuo cultura e religione. La quinta parte contiene testi di altri relatori del Convegno di Verona presentati all’8° Simposio di Psicologia della religione tenutosi a luglio 2000, in Svezia. Ciò al fine di aprire al dibattito internazionale la Psicologia della religione Italiana. (Alessandro Panizzoli)

 

Presentazione a cura di Alessandro Panizzoli, Docente di Psicologia della Religione - ISSR Ecclesia Mater di Roma